A volte ti senti perduto, pervaso dal rancore, dalla rabbia, dalla
tristezza. Capita di perdere la speranza anche, a volte. Poi succede che un
giorno a pranzo ti dica “Ehi mi hanno consigliato un libro. Si chiama In un
milione di piccoli pezzi, l’autore si chiama James Frey, se non sbaglio. Mi hanno
detto che è un libro molto forte, però bellissimo”.
E allora capita che torni in ufficio, ordini su Amazon il
libro, e dopo un paio di giorni inizi un viaggio toccante dentro le pagine di
James Frey e in fondo anche dentro te stesso.

Di cosa parla il libro? E’ la narrazione dell’esperienza
autobiografica di disontossicazione dalle droghe e dall’alcool fatta dall’artista
in un centro specialistico negli Stati Uniti. Il libro parla delle dipendenze,
dell’accettazione di se stessi e della propria limitatezza, della paura e dell’angoscia
del vivere, e dell’inferno delle sostanze. Soprattutto parla del coraggio di
riprendere in mano la propria vita, dell’accettare se stesso a tal punto da
avere la forza di confessare ogni nefandezza ai propri genitori, perché capiscano
e accettino per la prima volta chi è davvero proprio figlio. Parla della rabbia
e del terrore, parla della perdita di coscienza e del ritrovare il coraggio di
vivere. Soprattutto è un inno all’amore verso la vita, un amore non romantico, non
hollywoodiano: un amore autentico per la propria esistenza e per la condizione
umana anche nelle sue peggiori miserie, un amore che nasce dall’accettazione
dei propri limiti e dalla consapevolezza dei propri aspetti peggiori, un amore
che nasce dal fatto che questa vita, per quanto limitata e spesso deludente, è
l’unica che abbiamo. E’ un libro sull’abbandono, sulla perdita di se stessi e
sul ritrovarsi in fondo al nulla della propria anima. E’ un libro sul prendere
consapevolezza dei propri peggiori fantasmi, degli aspetti peggiori di noi
stessi, e sulla decisione di accettarsi e ricominciare a vivere e ad amare.
Perché come dice Frey, in fondo di fronte alle dipendenze e
all’abbandono di se stessi, di fronte all’oblio, di fronte alla pace tossica di
una bottiglia o di una dose di crack, c’è una decisione da prendere. Sta a noi
decidere, decidere di guardarci allo specchio. Decidere di scrutare nelle
profondità dei nostri occhi, e poi decidere di volere convivere quello che
vediamo nelle profondità di questi occhi. Decidere che vogliamo convivere con
noi stessi e di amarci per quello che siamo. Decidere che questa vita la
vogliamo vivere.